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L’amico Sandro Camerani mi ha inviato questo articolo, mi sembra un doveroso ringraziamento a 2 illustri personaggi artefici della bella stagione della Robur Angelo Costa, senza nulla togliere a tutti gli altri attori della società dai giocatori ai dirigenti a tutti i collaboratori.
A Ravenna abbiamo il mare, la piadina ed un provincialismo originariamente sano, a patto di non esondare nell’isolazionismo consapevole o addirittura nel campanilismo. A Bologna hanno i portici, la crescentina e l’Alma Mater, fattore decisivo per la dimensione socio-culturale della città felsinea.
A Ravenna, non appena raggiungi l’età minima richiesta, ti mettono maglietta, calzoncini e ginocchiere e ti buttano in una palestra, divisa esattamente a metà da una rete. Se passi l’esame, la Robur entra nel tuo futuro, altrimenti devi scegliere un altro sport a caso.
A Bologna, quando sei nella culla lo zio di turno ti mette in mano una palla a spicchi, poi ti lasciano in pace al massimo fino alle elementari. Perché a quel punto, venisse giù il Nettuno, devi scegliere: Fortitudo o Virtus, bianco o nero, il bene o il male per molti. Se Ravenna è la culla della pallavolo, Bologna è Basket City.
Da sempre e per sempre. Come ha potuto, allora, la Zinella vincere uno scudetto all’alba della generazione di fenomeni? Giusto spiegarlo qui, nel mezzo di un Robur-Zinella di playoff. Era il 1984-85, Ravenna non giocava nella massima serie e così Gian Marco Venturi mise il suo talento cristallino al servizio dell’allora Mapier, allenata da quel genio della panchina di nome Nerio Zanetti. Con Venturi giocavano De Rocco, Squeo, Fanton, il picaresco Leo Carretti (l’equivalente pallavolistico del cestista “Black” Nino Pellacani) ed un altro romagnolo-doc, Antonio Babini.

